Un profumo, un suono, un tono di voce, una parola detta o letta, un gesto, uno sguardo. Il rumore del motore di una macchina. Il ritmo dei passi di un estraneo sotto la finestra. Lo squillo ripetuto di un sms non letto. Il sapore di un vino. Un angolo della città. L’asfalto. La pioggia.
Un susseguirsi di cose talmente disparate che sembrano senza senso. Eppure il senso c’è. Si crea uno strano collegamento. Ed eccoti al buio.
È come quando sali in macchina e chiudendo la porta prendi in mezzo un pezzo del cappotto. Sei al caldo, al sicuro, nel abitacolo familiare, con una bella musica che ti da la carica, guidi, con la mente impegnata in mille cose, da fare, da dire, da provare. Ti rilassi e nemmeno te ne accorgi di quel pezzettino di stoffa rimasto a svolazzare al freddo, forse ormai sporco di fango o polvere.
Può darsi che, tendendo il braccio verso destra per prendere una sigaretta, noti una tensione, vedi che c’è qualcosa che ti impedisce di muoverti liberamente. Ma non ci puoi fare niente al momento. Sei in piena velocità, sei in autostrada e non puoi mica aprire la porta per salvare dal degrado un pezzo di lana…Quindi continui il tuo viaggio. Cercando di goderti la musica e la strada che scorre davanti a te. Senza volerlo però, ci pensi. Ci pensi a quel straccio penzolante lì fuori e non vedi l’ora di scendere per aprire quella dannata porta e riprendertelo. Ti tormenta.
Può darsi che non te ne renda conto durante il percorso e lo veda solo quando sei ormai arrivato a destinazione e stai per aprire la porta. In quell’attimo ti dici: “Che stupido, non me ne sono accorto, ma come ho fatto a non accorgermene, il capotto nuovo di zecca, che sbadato che sono. Devo stare più attento quando faccio le cose, non devo andare sempre di fretta”. È quasi come un rimorso.
Può darsi che neanche quando scendi lo veda. Può darsi che una volta arrivato alla fine della corsa, salutando gente che conosci o no, qualcuno ti dica: “Heilà, ma cos’hai fatto col cappotto? Tu ti giri e chiedi: “Dove? Cosa?” “Lì, li, l’angolo in basso a sinistra”. Abbassi gli occhi e lo vedi. Un triangolo impolverato, bagnato. Più lo guardi e più ti sembra che ti stia urlando la sua rabbia, il suo rimprovero. E pensi di andare fuori di testa. Non può urlare, è solo un pezzo di lana cotta. E infatti, non urla. È muto. Ma già cosi è abbastanza.
Può darsi che, se sei molto fortunato, nessuno ti faccia notare niente e te ne renda conto del danno quando arrivi a casa la sera. Se succede cosi, è già un grande passo avanti. Ti eviti il tormento, ti eviti i rimorsi, i rimproveri muti. Al massimo puoi dargli uno sguardo veloce, un po’ preoccupato, toccarlo per vedere se non è rotto e buttarlo nella cesta della roba da lavare. Cosi ti becchi solo la scocciatura di dover pasare l’indomani in lavanderia.
Per il pensiero valgono gli stessi quattro scenari. Riesci a controllarlo finchè certe cose non interferiscono. Quando questo succede, le cose che risvegliano i ricordi lasciano ognuna la propria impronta, le cose che obbligano il pensiero a ritornare al buio scaturiscono ognuna un dolore diverso, in intensità e tonalità.
C’è il profumo che ti manda il cuore in tilt, c’è il gesto che ti fa scendere una lacrima, c’è la parola che ti confonde le idee, c’è il suono che ti fa trasalire solo per un’attimo sfuggente…
E poi, c’è il tempo…che farà invecchiare, sbiadire e finalmente ammuffire e sfilacciare quel pezzo di cappotto. Bisogna solo avere pazienza. Bisogna solo aspettare.
Il prossimo cappotto che comprerò non sarà più lungo cosi, ma appena sopra le ginocchia, cosi almeno non rischio più che succeda di nuovo…