MATTI CONTENTI

-          Tristemente ispirato da uno scorcio dell’inadeguatezza altrui

-          Allegramente ispirato dalla storia della rana sorda

Il tempo scorre nelle vene della nostra vita, indomabile. Si corre di qua e di là, tra impegni vari. Accantoniamo grovigli di lacrime mai versate a causa del nostro essere sempre in fuga. Sbattiamo porte, dimentichiamo ombrelli sull’autobus, apriamo un cassetto per buttarci dentro le ceneri di una storia andata male, poi lo chiudiamo a chiave. Magari a volte ci sbirciamo, riflettiamo un po’, abbiamo qualche rivelazione e richiudiamo il tutto. Frughiamo tra svariati cassetti e tiriamo fuori qualche sogno da rammendare. O ci inventiamo di nuovi. E ce la mettiamo tutta per lucidarli per benino, li rincorriamo, indietreggiamo a volte, poi con passi esitanti ci buttiamo di nuovo. Sorridiamo mentre un fiocco di neve ci si posa sulla punta del naso.

Arriva un giorno quando ci si sente leggeri, quando quasi si ha l’impressione che aprendo le braccia e agitandole un po’ si possa volare. C’è voluto molto per raggiungere il qui e l’ora. Anni. Decenni magari. Non importa. Sulla soglia dei trenta, dei quaranta, dei diversi “anta” – meglio prima che poi…ma non si può pretendere troppo – eccoci qua che finalmente sappiamo chi siamo e dove stiamo andando. Si è cresciuti. Cambiati. Quello che magari ieri ci poteva andare bene, forse oggi non ci soddisfa più. Ci si rende conto che si hanno esigenze diverse. E anche una visione diversa del mondo.

Rimanere attaccati al passato non porta niente di buono. L’oggi e il domani contano, non quello che c’è stato. Quello rimane nei ricordi e ce lo portiamo dietro.

Ci si sente a volte un po’ in colpa perché l’attimo “illuminante” è sorto a causa di qualcuno che avanti non è andato, ma è rimasto lì, in qualche posto, immobile.

Non va bene fermarsi troppo a lungo con la testa girata all’indietro. Mentre siamo lì a guardare quello che fu, ci perdiamo tantissime (belle e brutte) esperienze che la vita ci mette davanti ogni giorno. Ed è un peccato. Punto. Ma non si può “riavviare” e tornare al livello precedente, come in un videogioco (e aggiungo: meno male!!!), perché non si è contenti di come è stata svolta la missione e perché si pensa che iniziando da capo saremmo in grado di ottenere più punti, scoprire più tesori e risolvere più enigmi. Si parte da oggi, non da ieri.

Ci si rende conto che gli altri sono, si, importanti, ma che la cosa più preziosa al mondo siamo noi stessi, la nostra vita, che dobbiamo salvaguardare e curare. Si rimane sorpresi di quante cose sappiamo e possiamo fare, che poco tempo addietro ci sembravano impossibili, impensabili. Siamo felici solo se lo decidiamo noi. Nessun altro è responsabile per la nostra felicità o infelicità. Non facile da accettare, ma cosa molto vera e salutare, se la si capisce fino in fondo…

E se si è fuori dal coro, chissenefrega? Siamo i matti contenti di essere matti. Siamo le rane sorde. E felicissime di esserlo. :-)

La storia delle rane sorde:

“Un gruppo di rane stava attraversando un bosco, quando due caddero in una buca profonda.
Quando le altre videro quanto grande era la voragine, dissero alle due malcapitate:
«Niente da fare , siete morte!»
Loro però, ignorando i commenti delle altre, cercarono in tutti modi di venire fuori, saltando sempre piu in alto.
Le altre continuarono a dir loro di smettere poiche erano gia morte.
Una delle due si convinse, cadde e morì.
L’altra continuò a saltare con tutte le sue forze.
Le altre rane gridavano sempre:
«Smettila di soffrire, lasciati morire!»
Ma continuando a saltare con le ultime energie rimaste, riuscì a venire fuori.
Le altre rane le chiesero:
«Ma ci avevi sentito?»

e allora si resero conto che era sorda e che aveva creduto che la stessero incoraggiando!”


 

GLI ATTORI

Sala calda e accogliente, poltrone rosse e gente che si siede impaziente. Chiacchiere, qualche risata.

Poi…le luci si spengono e si apre il sipario. Trattieni il fiato, quasi come se avessi paura di perderti l’attimo quando finalmente potrai avvolgere con lo sguardo l’intero palco. Irrequieto e un po’ preoccupato, nella saporita attesa di capire in che mondo ti tufferai nelle prossime due ore. Nervoso, come se fossi tu l’attore, bisbigli tra te e te: “Merda, merda, merda!!!! Che vada tutto bene!”

Lo spettacolo ha inizio. Pian piano, i muscoli si rilassano ed il cuore inizia di nuovo a pompare il sangue…respiri, niente più apnea…ti nutri delle repliche dei protagonisti e assorbi come una spugna le loro parole…ridi, piangi, ti arrabbi, soffri, ami e odi…la vita è lì, in una stanza, con tutte le sue sfaccettature…

Applausi. Il sipario si chiude.

E si riapre. La compagnia viene al bordo del palco, s’inchina e si unisce agli applausi.

Li guardi…

Forse non esiste cosa più bella al mondo che guardare i loro visi…occhi che brillano stupendamente di lacrime gioiose, mani che tremano… sorrisi vincenti…

Si….hanno vinto, le loro anime hanno toccato l’immenso, hanno raggiunto la meta…hanno emozionato…hanno compiuto il loro volo e hanno posato un granello di sabbia dorata sulla spiaggia del tuo cuore. Un lavoro ben fatto. Completezza. Loro. E di riflesso…anche tua.

Ispirato dallo spettacolo “Uomo e galantuomo”, di Eduardo De Filippo, messo in scena dalla compagnia “I BARCAIOLI”, di Torino.

Compagnia "I barcaioli"

Il pezzo di stoffa

È difficile controllare il pensiero. Ma con l’esercizio, uno potrebbe anche riuscirci. Il problema è che a volte, non sei tu che guardi indietro, ma stimoli esterni che ti fanno tornare lì.

Un profumo, un suono, un tono di voce, una parola detta o letta, un gesto, uno sguardo. Il rumore del motore di una macchina. Il ritmo dei passi di un estraneo sotto la finestra. Lo squillo ripetuto di un sms non letto. Il sapore di un vino. Un angolo della città. L’asfalto. La pioggia.

Un susseguirsi di cose talmente disparate che sembrano senza senso. Eppure il senso c’è. Si crea uno strano collegamento. Ed eccoti al buio.

È come quando sali in macchina e chiudendo la porta prendi in mezzo un pezzo del cappotto. Sei al caldo, al sicuro, nel abitacolo familiare, con una bella musica che ti da la carica, guidi, con la mente impegnata in mille cose, da fare, da dire, da provare. Ti rilassi e nemmeno te ne accorgi di quel pezzettino di stoffa rimasto a svolazzare al freddo, forse ormai sporco di fango o polvere.

Può darsi che, tendendo il braccio verso destra per prendere una sigaretta, noti una tensione, vedi che c’è qualcosa che ti impedisce di muoverti liberamente. Ma non ci puoi fare niente al momento. Sei in piena velocità, sei in autostrada e non puoi mica aprire la porta per salvare dal degrado un pezzo di lana…Quindi continui il tuo viaggio. Cercando di goderti la musica e la strada che scorre davanti a te. Senza volerlo però, ci pensi. Ci pensi a quel straccio penzolante lì fuori e non vedi l’ora di scendere per aprire quella dannata porta e riprendertelo. Ti tormenta.

Può darsi che non te ne renda conto durante il percorso e lo veda solo quando sei ormai arrivato a destinazione e stai per aprire la porta. In quell’attimo ti dici: “Che stupido, non me ne sono accorto, ma come ho fatto a non accorgermene, il capotto nuovo di zecca, che sbadato che sono. Devo stare più attento quando faccio le cose, non devo andare sempre di fretta”. È quasi come un rimorso.

Può darsi che neanche quando scendi lo veda. Può darsi che una volta arrivato alla fine della corsa, salutando gente che conosci o no, qualcuno ti dica: “Heilà, ma cos’hai fatto col cappotto? Tu ti giri e chiedi: “Dove? Cosa?” “Lì, li, l’angolo in basso a sinistra”. Abbassi gli occhi e lo vedi. Un triangolo impolverato, bagnato. Più lo guardi e più ti sembra che ti stia urlando la sua rabbia, il suo rimprovero. E pensi di andare fuori di testa. Non può urlare, è solo un pezzo di lana cotta. E infatti, non urla. È muto. Ma già cosi è abbastanza.

Può darsi che, se sei molto fortunato, nessuno ti faccia notare niente e te ne renda conto del danno quando arrivi a casa la sera. Se succede cosi, è già un grande passo avanti. Ti eviti il tormento, ti eviti i rimorsi, i rimproveri muti. Al massimo puoi dargli uno sguardo veloce, un po’ preoccupato, toccarlo per vedere se non è rotto e buttarlo nella cesta della roba da lavare. Cosi ti becchi solo la scocciatura di dover pasare l’indomani in lavanderia.

Per il pensiero valgono gli stessi quattro scenari. Riesci a controllarlo finchè certe cose non interferiscono. Quando questo succede, le cose che risvegliano i ricordi lasciano ognuna la propria impronta, le cose che obbligano il pensiero a ritornare al buio scaturiscono ognuna un dolore diverso, in intensità e tonalità.

C’è il profumo che ti manda il cuore in tilt, c’è il gesto che ti fa scendere una lacrima, c’è la parola che ti confonde le idee, c’è il suono che ti fa trasalire solo per un’attimo sfuggente…

E poi, c’è il tempo…che farà invecchiare, sbiadire e finalmente ammuffire e sfilacciare quel pezzo di cappotto. Bisogna solo avere pazienza. Bisogna solo aspettare.

Il prossimo cappotto che comprerò non sarà più lungo cosi, ma appena sopra le ginocchia, cosi almeno non rischio più che succeda di nuovo…

CONSTIENTIZARE

Ti s-a-ntamplat vreodata sa stai cu tine insuti cand noaptea face loc zilei? Dupa ceasuri lungi petrecute intre oameni care sunt ingrijorati pentru binele tau…si-atunci te prefaci ca totul e bine, totul e nemaipomenit. Ti  s-a-ntamplat vreodata sa vezi un film din ala care iti zgandareste tarana proaspata aruncata pe un sicriu nou, intr-o groapa de-abia sapata in fundul sufletului? Sa-ti cada o lacrima fara sa iti dai seama si dupa aia sa se iste un suvoi. Si sa nu mai fie plans de film, ci plans de mila, plans de ciuda, plans de neputinta. Da …da-mi Doamne puterea de a schimba lucrurile care pot fi schimbate si de a le accepta pe cele pe care nu le pot schimba…da. Si cum s-ar face distinctia intre cele doua categorii???

Oricum, ar trebui sa incerci. Sa te intalnesti cu tine cand noaptea e pe terminate si pasarile au inceput sa-si cante dragostea pentru lumina ce se apropie. Si sa te asculti. Cu urechile ciulite si tinandu-ti respiratia. S-ar putea sa intelegi multe chestii. Sau s-ar putea sa intri si mai mult in ceata. Sau sa dai din umeri si sa nu simti nimic. Dar sigur ceea ce-ti trece prin minte in ceasul asta are un sens. Pe care poate o sa-l prinzi de-abia peste ani de zile.

Ti s-a-ntamplat sa te trezesti in mijlocul noptii, cu un urlet, dintr-un cosmar? Daca nu ti s-a-ntamplat nici nu ti-o doresc. Dar nu-ti doresc nici visele alea care par atat de frumoase, din care dimineata te trezesti uimit si optimist, dar care parca au un nu stiu ce care iti scapa….nu, nu-ti doresc nici visele alea, pentru ca sunt cele mai parsive. E noroiul de sub zapada alba, nesfarsita. Esti tu care calci, convins ca nu o sa iti murdaresti cizmele, e totul alb, curat. Dar e doar aparenta. E o intindere alba, dar afara e prea cald si dedesubt noroiul abia asteapta sa se catere pe incaltarile tale.

Nu-ti doresc nici macar sa te scoli dimineata, cu un zambet somnoros si fericit pe buze, cu gandul ca totul e asa cum ar trebui sa fie. Minutul ala, intre trezire si deschiderea ochilor, e chestia cea mai dureroasa din lume. Si e cea mai dulce inselatorie, in acelasi timp. Constientizezi. Unu doi trei patru cinci….ceva nu e clar….sase, sapte opt noua zece…oare ce? Un’spe doi’spe treis’pe pai’spe cin’spe sai’spe …treizeci…patruzeci…cincizeci…ah, un junghi din varful picioarelo pana-n creier. De spaima deschizi ochii. Nu poti dormi mereu. Nici trai in negare. Te ridici din pat, ca un robotel si infrunti realitatea. Sau macar incerci. Pana cand noaptea vine din nou.

Nu…nu-ti doresc asta. As vrea sa te scutesc de orice suferinta, daca ar fi posibil. Chiar daca tu ai aruncat cu pietre-n mine. Eu nu pot. Ar fi ca si cum as incerca sa ma sinucid.

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